Goodbye Steve...

Giovedì mattina, mentre ero in macchina bloccato dal traffico, col mio telefonino (Android) stavo leggendo qualche news sui giornali online. Ed è così che ho appreso della notizia della morte di Steve Jobs.
Sapevamo tutti che erano anni che lottava contro una malattia inesorabile e che prima o poi questo giorno sarebbe arrivato. Quando ad Agosto ha lasciato il suo ruolo di CEO in Apple, in molti abbiamo pensato che fosse vicino alla fine. Ma la cosa mi ha comunque colpito profondamente.
“E’ solo un uomo molto famoso con tanti soldi...”, diranno molti; oppure “Non è uno che conoscevi, come fai a dispiacerti così tanto?”; eppure la giornata si è subito coperta con un velo di tristezza.

Non sono uno che si è fatto ore di fila per comprarsi l’ultimo iPhone, nemmeno uno che si è comprato l’iPad con la scusa di leggersi in elettronico giornali che non ha mai letto nemmeno sulla carta. Anzi penso pure che per me “La Mela” non è quella bianca, ma quella colorata arcobaleno che mi esortava a “pensare differente”. Non mi piace nemmeno mitizzare le persone, però non posso negare che il mondo e il “mio mondo” hanno perso qualcosa.

Mio padre è un visionario. Ha sempre riposto una fede cieca nella tecnologia, specialmente quella che prometteva di rivoluzionare la vita. Per mia fortuna, questa sua passione per gli utlimi ritrovati tecnologici, l’ha portato a comprare e mettermi a disposizione degli oggetti che spesso erano difficili da spiegare anche ai miei coetanei. Nel 1982 arrivò a casa con una “strana” macchina da scrivere che si collegava al televisore: era un Texas Instruments TI-99/4a. Avevo 8 anni allora e i due anni successivi li passai a giocare a Space Invaders, a Chess e a imparare i rudimenti del Basic e della programmazione. Nel 1984 mio padre era alla ricerca di un nuovo computer che gli permettesse di aiutarlo nel suo lavoro. La scelta fu quasi obbligata: un PC XT compatibile IBM con l’Intel 8088, 128 Kbyte di ram (la stessa memoria che oggi è in dotazione alla SIM del mio telefonino), 2 floppy drive da 5.25’’, nessun hard disk e sul quale girava il MS-DOS 2.11. Mentre qualche mio compagno di classe giocava con il Commodore 64, io avevo a disposizione un oggetto considerato molto potente e che si poteva trovare solo su alcune scrivanie “importanti” delle aziende più grandi.

In edicola già si potevano trovare le prime riviste dedicate all’esoterica materia dell’informatica, prima fra tutte MC MicroComputer. Io e i miei 3 o 4 amici con cui condividevo questa malattia, avevamo a disposizione un buon hardware (per quell’epoca) con una scarsissima dotazione di software. Copiare i listati dei programmi in Basic dalle riviste e iniziare a scrivere i propri era un gioco obbligato se si voleva ottenere qualcosa da quella ferraglia. Su quelle pagine leggevamo anche le interviste a diversi personaggi che avevano creato delle aziende in questo settore: Microsoft, Atari, Commodore, Sinclair... e, ovviamente, l’azienda leader per antonomasia la Apple!
Leggevamo avidamente le interviste a quei guru: Steve Jobs e Steve Wozniak, Bill Gates e Paul Allen. Già giravano diversi aneddoti su quei ragazzi che lavoravano nel garage di casa e si incontravano allo Homebrew Computer Club di Palo Alto. Tra una partita di pallone e una corsa in bicicletta, sognavamo di appartenere a quella ristretta elite di geni della Silicon Valley, mentre vivevamo in un paese che nemmeno si rendeva conto di quello che stava per accadere di lì a poco. Un paese tanto ignorante di information tecnology da non capire che avrebbe potuto prendere parte attiva a quella rivoluzione digitale con una delle sue aziende migliori del settore: la Olivetti di Ivrea.

Nel 1985 eravamo alla ricerca di un hard disk (un oggetto costosissimo con una capacità di 10 o 20 Mbyte) perché mio padre si era stancato di dover passare tra un floppy e l’altro per avviare il PC con il DOS e poi caricare Lotus-1-2-3 oppure Multiplan. Fu in uno di quegli uffici, questa volta un po’ meno anonimo e dotato anche di una vera e propria show-room, che li vidi dal vivo per la prima volta: un Apple IIc e un Macintosh. Fu amore a prima vista; un inspiegabile e irrazionale colpo di fulmine.
Prima provai l’Apple IIc, con quegli incredibili dischetti da 3.5’’, più piccoli di quelli che usavo io ma con ben 800 Kbyte l’uno, mentre i miei erano da 360 Kbyte e li foravo per usarli anche dall’altro lato; e nonostante il processore sulla carta fosse più lento, caricare ed eseguire i programmi su quel computer mi sembrava che avvenisse più rapidamente che sul mio.
Dopo un quarto d’ora di divertimento sulla tastiera del IIc, mi avvicinai a quella specie di cubo che faceva tutt’uno tra schermo, floppy e cpu. Oltre alla tastiera c’era un altro strano pezzo di plastica attaccato a un filo. L’ingegnere che ci stava illustrando i modelli... avete capito bene: allora queste macchine così sofisticate erano vendute da ingegneri! Comuque... l’ingegnere accese il Mac, che... emise un suono!? Il computer emetteva dei suoni mentre il mio PC a casa faceva al massimo BEEP?!? Stavo ancora fantasticando sulle possibilità audio (musica, parlato e chissà cos’altro) quando improvvisamente si accese lo schermo e comparvero dei disegni (che si chiamassero icone lo avrei imparato anni dopo). L’ingegnere disse “questo è un mouse” e posandoci la mano sopra cominciò a muovere un puntatore sullo schermo che seguiva tutti i movimenti che lui gli indicava con quel “coso di plastica”. “La tastiera serve solo per scrivere - ci disse - tutti i comandi possono essere impartiti con il mouse...”. Mentre parlava, aprì prima MacWrite e poi MacPaint. Scriveva parole le cui lettere comparivano sullo schermo con lo stesso carattere dei libri stampati, disegnava e colorava con quel cavolo di mouse come se passasse un pennarello sullo schermo bianco.
Io non ci capivo più niente, in testa avevo l’immagine del mio pc che dopo il “beep” mi dava uno schermo nero e alla fine una scritta bianca quadrettata che diceva A:>. LO VOLEVO, dovevo assolutamente averlo!!! Nemmeno ascoltavo più la presentazione, sentivo solo il desiderio di avere sulla mia scrivania quella meraviglia. La fantasia mi portava a immaginare di poterci fare cose che probabilmente allora non era nemmeno in grado di fare, ma io sognavo a occhi aperti.
Purtroppo costava troppo e alla fine mio padre comprò solo l’hard disk di cui aveva bisogno e io avrei aspettato venti anni prima di potermene comprare uno: un iMac G5.

Venti anni in cui di cose ne sono successe molte. Comprammo un modem a 600 baud e scoprii i collegamenti telematici (BBS, FIDOnet, Itapac), comprammo un 386 e conobbi Windows, VisualBasic e l’ascesa di Microsoft. Poi naque il Web e ci fu l’espansione di Internet, passavo ore sui siti e sui newsgroup degli hackers. Presi un 486 e, volendo sfruttare al massimo i suoi 32 bit, mi imbattei nella creatura di un altro rivoluzionario di nome Linus Torvald. Etc, etc, etc... Ma in quei venti anni ho sempre portato nel cuore una mela di nome Mac e la stessa curiosità e voglia di conoscere di quel bambino di 11 anni. E ogni volta che viene presentato un nuovo prodotto, ho quello stesso entusiasmo che mio padre mi ha trasmesso allora.

Nel frattempo il secolo è finito e quei ragazzi che inseguivano i propri sogni lavorando giorno e notte nei garage e negli scantinati delle villette di Silicon Valley sono diventati gli uomini di punta di aziende leader del settore IT. Ma solo pochi di loro possono dire di aver continuato ad affrontare il loro lavoro guidati con lo stesso spirito e la stessa visione che avevano agli inizi. Steve Jobs era uno di questi. Quando immaginava un prodotto, pretendeva di realizzarlo esattamente come lo aveva immaginato, senza compromessi. E quando le regole del mercato gli sono andate strette, lui le ha cambiate e ha dettato nuovi standard. Un genio che quando doveva presentare le sue “creature” (pezzi di plastica e metallo da vendere, ovvero prodotti) aveva saputo creare un clima di attesa tale che la gente aspettava che lui salisse sul palco e cominciasse a “raccontare il futuro”. E questo lo faceva già agli inizi degli anni ‘80.
Ma non è questo che adesso mi rende triste per la sua scomparsa.

Sono tre giorni che leggo articoli e vedo programmi televisivi dove si compie una sorta di processo di beatificazione. Da un lato lo si cita come un genio e un innovatore, si esaltano le sue imprese mentre dall’altro si continua a dire che non era né un santo, né un filantropo ed era uno che pensava solo al suo business. C’è anche chi è arrivato a dire che è una fortuna che adesso sia morto.
A parte Stallman e i suoi estremismi di dubbio gusto, tutta questa gente sa chi è Steve Jobs solo da quando si è comprata un iPod o un iPhone e la foto di un sorridente CEO della Apple in jeans e maglioncino nero era stampata sui giornali di settore, accanto ai dati sulle vendite di questi prodotti “di tendenza”. Ma non mi interessa prendere parte a queste ridicole discussioni e tantomeno ascoltarle.

Quello che una volta era solo un hobby di un ragazzino appassionato di informatica, oggi è diventato il mio lavoro. Sono stato un web designer, un sistemista, uno sviluppatore, un analista. E oggi sono un "Solution Architect", ma sono ancora in grado di ricoprire tutti quei ruoli con la stessa passione di sempre e con la convinzione che in ogni progetto ci sia ancora molto da imparare per migliorare il proprio prodotto e migliorarsi come professionisti.
Forse è per questo che la morte di Steve Jobs mi ha reso tanto triste. Quello che ho scritto è parte della mia storia, sono le esperienze che mi hanno portato a essere quello che sono. E persone come lui hanno contribuito a scriverla quella storia. Molte persone sanno essere creative e “affamate” di conoscenza, ma sono molto pochi i sognatori tanto “folli” da voler realizzare i propri sogni.
Quel ragazzino di 11 anni, che sognava di vivere a 10.000 km da dove si trovava, ha perso un ideale compagno di avventure digitali.
Namasté Steve.